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studio: Mission

Quando si parla di Architettura vengono in mente opere “famose” i cosiddetti grandi “capolavori” prevalentemente del passato, o le attuali e moderne opere faraoniche e grandiose (haimè termini legati spesso esclusivamente alla dimensione ed ai costi dell’opera) che spazia dai grattacieli dalle forme sempre più avveniristiche e prive di personalità ai mega centri commerciali tirati a lucido e simbolo del falso benessere nel quale ci troviamo.

Ma la domanda che ci poniamo è:
  • E’ veramente questa l’architettura?
  • Quali sono i fini che deve porsi un architetto?

L’Architettura è di tutti

Abbiamo riflettuto molto sul senso, obblighi e doveri del nostro lavoro. Ora in forma confusa, riprendendo un po’ il “quaderno degli schizzi” che una volta caratterizzava il nostro mestiere, proviamo a mettere in fila alcune “non risposte” ma importanti “riflessioni”…

L’architettura è di tutti,
la qualità del “paesaggio urbano” è dato dall’armoniosa combinazione dei vari elementi, che quasi magicamente si miscelano, combinano, stratificano, fino a definirne quella composizione che determina il “bello”.

tutti hanno il diritto al “Bello”,
qualsiasi cosa si “progetti” e realizzi diventa parte integrante del nostro vivere quotidiano, costruisce il paesaggio antropico che ci circonda, definisce la “sceneggiatura” della nostra vita, influenzandola profondamente e intervenendo sui comportamenti umani e sociali.

tutti hanno il diritto al “Bello”,
qualsiasi cosa si faccia, dall’isola ecologica per la raccolta dei rifiuti alla grande opera pubblica, dalla realizzazione di un semplice marciapiede alla costruzione di luoghi pensati per “abitare” e quindi vivere. Tutto merita doverosamente e obbligatoriamente di essere trattato, pensato e concepito come “architettura”.

Il “mestiere dell’Architetto”

Quello dell’architetto è un “mestiere” strano, difficile ma al contempo meraviglioso. Basato sulla conoscenze ed il sapere, l’architetto ha grandi responsabilità, svolge la funzione di guida, determina l’armoniosa combinazione degli ingredienti, con l’obbligo ed il dovere di far vivere nel “bello”. Deve essere psicologo e saper capire i propri clienti, tecnico per applicare la buona regola legata all’ “Arte del costruire”, controllare e verificare che i vari soggetti coinvolti adottino l giusto “modus operandi”.

Tale pensiero, presuppone alla sua base quale elemento strutturante, l’obbligo doveroso di noi architetti di fare del nostro meglio, a prescindere dalle condizioni; di “mettercela tutta” per creare qualcosa che esprima valori e principi necessari al corretto costruire (inteso quale insieme di tecniche), abitare (inteso non solo come “rifugio” ma nel senso di vivere socialmente dei luoghi), questo è a nostro avviso l’obbligo morale e sociale legato al “mestiere dell’architetto”.

Il nostro lavoro, sempre più spesso, viene concepito e banalizzato come semplice pratica del “fare”, magari tecnicamente interessante e pregevole (e quando cio’ avviene si tratta già di un importante risultato), raramente però si tende a raggiungere o fissare quale obiettivo quello di fare architettura con tutte le implicazioni di carattere sociale e morale, quando va bene si assiste alla progettazione del bel “disegno” e realizzazione di una bella costruzione il tutto però in un ottica di autocelebrazione, dimenticando o mettendo in secondo piano il carattere Morale e Sociale che implica.

L’architetto deve essere una "guida", il suo compito aulico deve essere quello di "inventare", "creare", "plasmare", "costruire": il fare tecnico ma anche l'arte, il fare manuale ma anche l'artigianato.

Nella mia vita ho sempre sperato e sognato di poter operare e realizzare qualcosa per gli altri, di lasciare qualcosa per chi verrà dopo, ho anche pensato che tale pensiero e approccio fosse profondamente ”egoista”, nel senso di ricercare legittimazione e autocelebrazione nel “lasciare un segno” … tuttavia ritengo che questo “modus operandi” abbia in se un potenziale sociale e morale da applicare al “lavoro” che ognuno di noi compie, finalizzato … al “dare”…

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